Luigi XII, in nome della sua ascendenza da Valentina Visconti, scese nel 1499 in Italia. Carlo V reagì immediatamente per allontanare i francesi da Milano, ma non riuscì nel 1523 a impedirne il devastane rientro; l'anno seguente Milano fu riconquistata dal duca milanese, ma le milizie di stanza gravavano pesantemente sulle municipalità, il brigantaggio serpeggiava e ai lunghi anni di guerre si aggiunse la violentissima peste che spense nel 1529-30 interi paesi. L'epoca di torbidi favorì gli avventurieri come Gian Giacomo Medici, il Medeghino, che stabilì sul Lario una dominazione da Chiavenna a Morbegno in Valtellina. La politica del Medici fu solo dannosa per il territorio lariano sotto contesa peraltro con il potere spagnolo. La spagna aveva spinto fino a Como i suoi eserciti guidati dal marchese di Pescara e nel 1521 la città fu presa e saccheggiata. Ebbe così inizio un'età che vide sul territorio lariano come sul resto della penisola, soldataglie di ogni nazione.
Gli imprenditori comaschi, impoveriti dal protezionismo esasperato, furono costretti a sospendere i pagamenti ai creditori originando una catena di povertà; la città accese prestiti per fronteggiare spese e debiti, e gli interessi da strozzinaggio ne affossarono l'economia costringendo molti a emigrare in territorio svizzero o veneto. Miseria, spopolamento, tassazioni esagerate e il conseguente abbrutimento determinarono, insieme alla peste endemica, una situazione tragica. La miope politica spagnola inabissò anche Como e le sue industrie laniera e serica. I capitali piuttosto che incrementare gli opifici, furono dilapidati nell'opulenza e nell'allestimento di sontuosi palazzi; il reinfeudamento divenne pratica comune per cui interi paesi vennero venduti e considerati oggetto di rendita. Poco prima della peste del 1630 l'industria della lana era arrivata a 1/10 del suo tenore normale.
Emerse in questo frangente il forte e determinato carattere comasco che portò all'introduzione delle prime filande idrauliche per la seta. Alcune famiglie nella pur tribolata situazione, riuscirono ad avere fortuna, tra queste gli Artaria, i Brentano, i Canaris e i Cotta. Gian Andrea Perlasca donò 400.000 lire per sanare parte dei debiti del comune, altri setaioli e proprietari di filande intestarono capitali alla fabbrica del Duomo, ma nel complesso la dominazione spagnola causò il ristagno dell'economia e una generale decadenza. Dalla metà del cinquecento agli inizi del settecento Como subì il malgoverno e la prepotenza dei nobili, sicché a stento l'attività serica sopravvisse.
Gli spagnoli, nell'esercizio del loro governo, attesero perlopiù all'esazione di imposte onerose da cui nobiltà e clero erano esonerati, e nel 1535 comparve una nuova tassa: il mensuale.
La Chiesa, dichiarando che la peste era una punizione divina, si prestò come ulteriore strumento di repressione della cattolicissima corona spagnola. Seguirono l'inquisizione e le sue vittime, non di rado a fini politici, la stregoneria, su cui il domenicano comasco Bernardo Rategno nel 1566 scrisse il "De strigiis", e per cui un tribunale nel convento dei Domenicani a San Giovanni Pedemonte nel 1416 accusò 300 persone e nel 1485 bruciò 41 donne.
Il dilagare del luteranesimo provocò una serie di bolle papali miranti al controllo degli ordini religiosi. Anche a Como, l'inquietudine religiosa dei tempi ebbe i suoi rappresentanti: le sentenze dei processi a carico di Antonio Maria e Simone Leoni, diocesani di Como ed eretici quietisti, testimoniano il clima dell'ultimo ventennio del XVII secolo. Simone rinunciò alla difesa e fu condannato a 10 anni di carcere e a mostrare i segni della sottomissione, indossando l'abito penitenziale e la corona del Rosario; Antonio Maria, più ostinato, solo dopo lungo travaglio (più verosimilmente per effetto di atroci torture) dichiarò "d'aver avuto un lume particolare" e, riconosciuti i propri errori, ottenne il carcere a vita. Sotto la dominazione spagnola anche il controllo delle confraternite assunse un carattere permanente e fu forse per questa ragione che l'autonomia dei luoghi pii fu progressivamente assorbita dalle parrocchie. Privilegi, sovvenzioni e vigilanza sull'attività caritativa privata furono fino alla fine del XVII secolo gli unici strumenti attraverso cui l'autorità pubblica intervenne nell'attività assistenziale.
Molte sono le testimonianze architettoniche locali della tormentata religiosità del tempo. A Dongo il santuario della Madonna delle Lacrime sorse nel cinquecento per bloccare il luteranesimo insinuatosi tra le popolazioni della Valtellina attraverso i Grigioni. Nel 1615 vi fu edificato un convento francescano che assistette la popolazione durante la peste del 1630, e che venne salvato dai donghesi quando sia Napoleone sia Maria Teresa d'Austria abolirono gli ordini monastici. La chiesa di San Carlo a Menaggio, che risale al 1614, riassume la lezione ispanica di cui è intrisa, manifesta nel campanile a vela. Anche gli edifici a destinazione civile risentirono apertamente dei motivi irradiati dalla corona: Palazzo Cernezzi, edificato nel 1616 e attuale sede del Municipio, conserva ancora in gli affreschi del Recchi e una sala arricchita da stemmi ispano-alemanni e da successivi trofei militari settecenteschi.
I gravi motivi di conflitto, l'ingiustizia perpetrata ai danni delle popolazioni, la prepotenza delle soldataglie, le epidemie di peste del 1576-77 e del 1630-31 e le gravi carestie del 1591-92 e del 1628-29, definirono la dominazione spagnola entro una drammatica serie di congiunture (il cui apice fu nel 1619) che piegarono fino al 1660 i settori chiave dell'economia. Il dilagante banditismo dal 1570 portò a un tale incremento dei reati da indurre il governatore e castellano della città di Como a concedere, nel 1593, agli abitanti della Valle d'Intelvi, la detenzione e il possesso di ogni tipo di arma: "compreso l'archibugio da ruota". Se nonostante la presenza spagnola, nei primi anni del seicento l'Italia settentrionale si presentava ancora come una delle aree più sviluppate e più ricche d'Europa, tra il 1620 ed il 1680 la sua economia subì un vero e proprio tracollo: a causa delle tasse e dell'arretratezza degli impianti, i prezzi non erano più concorrenziali con quelli d'oltralpe. Nel 1650 un'inchiesta svolta dal questore Don Giovanni Larriatequi, registrò la cessazione di attività di 9 dei 10 lanifici, trent'anni prima a Como erano 60 gli opifici.
Le diverse comunità situate ai confini settentrionali dello stato di Milano, avevano sempre più consistentemente consolidato il loro ruolo cruciale data la collocazione su un passaggio obbligato. Le correnti di traffico espletavano una felice complementarietà tra l'economia montana fondata in massima parte sull'allevamento, e quella di pianura che forniva i generi di prima necessità. Tra le vie di commercio, privilegiate erano la Bellinzona-Lugano-Como e la Chiavenna-Como (impiegata negli scambi con la Germania). Gli antichi rapporti col mercato teutonico si assottigliarono al punto che nei secoli XVI e XVII l'industria laniera di Como crollò. Infatti il commercio delle industrie manifatturiere si fondava sull'importazione di materia prima o di panni semilavorati successivamente riesportati. Nonostante gli spagnoli ostacolassero pedissequamente i rapporti tra Como e la Germania, non furono in grado di impedire che le tariffe daziarie pubblicate nel 1686, privilegiassero la posizione dei mercanti tedeschi. Anche riguardo la vicenda monetaria lo sterile braccio di ferro tra governo spagnolo e forze produttive comensi, sottolineò la mancanza di un progetto di sviluppo economico governativo: di questo periodo fu infatti la lotta tra i cambi ufficiali e la realtà del mercato fino allo sdoppiamento del corso delle monete di conto in lire "di corta" (o di grida) e in lire "di lunga" (o valutate al corso del mercato): fenomeno particolarmente acuto negli anni tra la fine del secolo XVI e il 1619-20.
La desolazione della Como spagnola e del suo contado volgeva al termine, con l'insediamento a Milano dell'ultimo governatore spagnolo, don Carlo Enrico di Lorena, principe di Vaudemont, che instaurò un regime del tutto particolare anticipando il secolo dei lumi.
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Palazzo Cernezzi: porticato. |
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