Intorno all'anno 1000, la fine delle invasioni barbariche, il superamento dell'anarchia feudale e la sostituzione della grande feudalità laica con quella ecclesiastica, si stabilì un periodo di relativa tranquillità per le popolazioni.
In territorio lariano, nel 1100, è accertata l'esistenza di governi municipali dotati di propri corpi militari a Como, nell'Isola Comacina, a Mandello, a San Martino, a Brunate. Il nuovo tipo di economia basato sul commercio e sull'uso della moneta, sul finire del secolo XI, era sempre più diffuso.
La fitta rete di scambi interessava soprattutto Como e gli altri centri padani maggiori, nei quali la produzione e il commercio dei pannilana sostenevano da tempo cospicue correnti di traffico da e verso l'Europa. Il consolidarsi di tale sistema contribuì alla nascita di fermenti economici, politici e giuridici fondamentali, i cui centri propulsori rimasero nelle antiche sedi romane, poiché mai smisero di essere dei centri di scambio. La concentrazione di risorse nelle città originò anche la netta distinzione economica rispetto alle campagne, fino all'ineluttabile disparità sociale che congelò la campagna in una posizione di soggezione.
Como oltre al clero, nucleo consistente della sua popolazione, incrementò il ceto medio di artigiani e commercianti. Molti dei suoi cittadini acquistarono castelli e divennero domini loci; molti altri, considerati benemeriti, furono destinatari di alti onori, come quello largito nel 983 sotto forma di diploma imperiale a un negotiator comasco.
Se nell'alto medioevo il tribunale feudale era unico per gli abitanti della città e per quelli del contado, la città avvertiva ora l'esigenza di tutelarsi tramite norme giuridiche e tribunali speciali, e di affrancarsi dalla soggezione feudale attraverso sistemi associativi con funzioni di governo, prima di pertinenza del signore feudale. I prodromi dell'organizzazione comunale si espressero in un'assemblea aperta a quanti avessero sottoscritto il patto associativo cittadino. La necessità di una migliore configurazione di governo definì il comune in senso consolare. Il progressivo declino dell'autorità imperiale allargò l'autonomia amministrativa e politica dei comuni lombardi fino ad assimilarli a una minuscola repubblica.
In quest'ottica, sul finire del secolo XI, l'orientamento politico a favore del ceto mercantile, fortemente interessato al controllo delle principali vie di traffico, indusse Milano a perseguire un disegno di conquista delle maggiori arterie commerciali attraverso lunghe guerre contro le altre città. Milano si era già ampliata a spese del contado della Martesana e di una parte del Varesotto, e ambiva a inglobare il Lario, grande via d'acqua e di commerci.
L'ostilità politica si sommava al ribollio religioso e, contestualmente, alla costituzione del Comune, ebbero inizio le lotte tra Como e Milano per il possesso del contado. L'episodio scatenante la guerra tra le due città fu la sconfitta dell'imperatore Enrico IV nel conflitto apertosi con il papato. La Chiesa comasca, travolta dagli avvenimenti, si scisse: una parte fu appoggiata da Enrico IV, che fece installare nella sede vescovile il nobile milanese Landolfo da Carcan, e l'altra riconobbe come episcopo Guido Grimoldi, fedele al Papa.
La conquista del castello sul Ceresio, residenza di Landolfo, scatenò la vendetta degli imperiali e fornì a Milano il pretesto per prendere una città così strategicamente importante. Incominciò così la decennale guerra mossa da Milano contro Como (1117-1127) complicata da un macchinoso sistema di alleanze: Milano ottenne l'aiuto di importanti città e numerosi centri lariani, tra cui Varenna e l'Isola Comacina. Como si alleò al Barbarossa.
I milanesi, forti di un formidabile dispiegamento di forze, riportarono una prima vittoria a Pontegana nel 1124 e l'anno successivo, dopo aver subito una sconfitta navale sul Lario, uscirono nuovamente vittoriosi a Malgrate, avendo ragione dell'accanita resistenza comasca. La morte del vescovo Guido, punto di riferimento della vita comense, aveva intanto gettato nello sgomento la cittadinanza: Como, attaccata dai sobborghi Vico e Colognola, fu presa e distrutta. Milano incrementò così il proprio traffico commerciale con i passi di Lugano e di Chiasso; la pace stipulata con Como, oltre che dall'inevitabile sottomissione, fu condizionata dall'obbligo di intervento in tutte le successive guerre che Milano avesse combattuto.
Approfittando della paralisi politica dell'impero seguita alla morte di Enrico V, i comuni si erano progressivamente trasformati in una sorta di repubbliche indipendenti, sovrane di un vasto territorio in permanente lotta contro i feudatari e le città vicine. L'impero non poteva più limitarsi a reprimere le turbolenze feudali attraverso il ricorso dei vescovi-conti, e dovette affrontare la spinta autonomista comunale.
Nel 1158 la seconda discesa in Italia di Federico I fu proprio intesa a rivendicare i diritti della corona sui comuni lombardi che non intendevano rinunciare all'autonomia conquistata. Città come Lodi e Como, vessate da Milano, e i piccoli comuni minacciati da comuni più potenti, si dichiararono disposti ad appoggiare l'opera di riordino voluta dall'imperatore; questa si concretizzò nella promulgazione a Roncaglia della "Constitutio de Regalibus", che deligittimava ogni alienazione di beni feudali, il divieto a muovere qualunque guerra sia tra le città, sia tra città e signori feudali.
Alla difficile soluzione del conflitto con i comuni, l'imperatore vide aggiungersi una contesa con il papato. Contrapposto un antipapa al pontefice romano per salvaguardare l'autorità imperiale, le proteste di Roma nei confronti dei provvedimenti imperiali si spinsero fino all'alleanza con i comuni lombardi contro il Barbarossa. Nel 1161 Milano venne rasa al suolo, e non poté evitare che le rivali Lodi e Como ricostruissero le proprie mura.
Il Barbarossa già nella sua prima discesa nel 1154 aveva eletto Como testa di ponte per le sue operazioni militari contro Milano.
Secondo la testimonianza dell'abate uspergese Corrado Liechtenau (XII sec), Barbarossa fece erigere in quell'occasione Castel Baradello, per difendersi dai milanesi: egli ce lo descrive come un castello cinto di mura e torri chiamato "Paratello", eretto nel 1159 su un'altura di 432 metri a ovest dell'estremità meridionale del lago di Como. Nel 1216 il castello venne assegnato a 12 boni homines comaschi, cittadini di Borgovico e Coloniola, con il compito di custodirlo.
Passata ai Rusca, Loterio cedette la rocca ai Visconti dietro compenso e, tra il 1246 e il 1436, venne rinforzata nelle mura e orlata con merli guelfi; ma la complessa struttura militare che si univa al baluardo difensivo del sottostante borgo di Camerata, fu purtroppo quasi del tutto smantellata nel 1527 (su disposizione di Antonio Leyva) dal capitano spagnolo in Como, Don Pedro Arias, che decise però di mantenere la torre.
La memoria storica della rivalsa sulla dominazione milanese, è rievocata ogni anno all'inizio di settembre nel palio del Baradello, per la prima volta avvenuto nell'estate del 1159, in occasione della trionfale visita a Como dell'Imperatore Federico I, della sua consorte Beatrice di Borgogna e di tutto il loro seguito, dopo il vittorioso assedio di Milano del 1158. Vittoria conseguita con il determinante contributo delle milizie lodigiane e pavesi, ma soprattutto comasche. Nello stesso mese si svolge la sagra del Lario.
Como approfittò dell'appoggio imperiale per ricostruire il proprio prestigio e ottenere obbedienza dai comuni alleatisi prima con Milano: nel 1169 incendiò per punizione l'Isola Comacina e distrusse Varenna che aveva accolto gli esuli dell'isola, e fu poi a fianco del Barbarossa contro la Lega Lombarda, nella speranza di slegarsi da Milano. La Lega, costituitasi nel 1167, scatenò infatti contro l'imperatore una nuova guerra il cui apogeo fu la battaglia di Legnano del 1176. Gli esiti disastrosi per gli imperiali, costrinsero Barbarossa a riparare nel castello di Morcote. La vittoria comunale a Legnano condusse nel 1183 alla pace di Costanza che, ritrattando l'originario piano di sottomissione dei comuni da cui Federico I era partito, concesse alle municipalità il diritto di fruire delle regalie già possedute, di unirsi in leghe, di tenere milizie ed eleggere propri consoli. La successiva pace ratificata nel 1196 con Como assicurò a Milano l'accesso ai valichi del San Bernardino e della Maloia.
Il secolo che stava per chiudersi aveva assistito all'ampliarsi del ventaglio di figure tradizionalmente presenti nel comune che, accanto a clero, artigiani e commercianti, accolse anche il nuovo e consistente ceto dei piccoli feudatari, desiderosi di sottrarsi agli obblighi loro imposti dai grandi signori. L'inveterata tendenza di questa componente a porsi in posizione di privilegio rispetto agli altri strati della popolazione, determinò lotte continue tra le casate, sicché ogni comune fu costantemente mosso al suo interno. Malgrado le lotte intestine tra guelfi e ghibellini, Como venne interessata da un periodo di governo autonomo e di relativo benessere. Coniò una moneta su cui scrisse "Civitas cumana", imprimendo così la sua indipendenza di città ricca e fiorente, e di comune tra i più benestanti e rispettati d'Italia. Ma solo dopo il secolo XII lo sviluppo di alcune produzioni, soprattutto nel campo tessile, configurarono nell'intera zona un'organizzazione più moderna.
Gli Umiliati introdussero e svilupparono in Como le manifatture di lana, si moltiplicarono gli ospedali, i monasteri e le chiese: Santa Maria Maggiore, romanica; San Giacomo (con la caratteristica facciata stretta tra le due torri) e Santa Maria del Tiglio (con il singolare campanile sporgente al centro della facciata, tipico dell'uso nordico ed eccellente esempio di romanico comasco) a Gravedona; Sant'Eufemia a Erba e infine, a Brenno, San Vito (che conserva il più antico campanile della zona, risalente all'XI secolo).
In senso più generale, la rinascita economica si accompagnava a quella religiosa e mistica, esprimendo figure di grande rilievo morale. Tra queste, San Bernardo di Chiaravalle, che trasfuse in campo religioso l'ansia di liberazione dai vincoli feudali, e San Bernardino, predicatore di ampio respiro e pacificatore delle fazioni in lotta. Ma accanto a sinceri moti di devozione, serpeggiavano fermenti eretici un po' ovunque. Il sacerdote castigliano Domenico Guzman, dopo aver osservato come i predicatori riformati diffondessero l'eresia e la loro rigorosa osservanza della norma della povertà, fondò l'ordine dei frati predicatori o Domenicani, in cui era severamente imposto il rispetto del dettato evangelico.
Lo spirito associativo su cui si basava l'organizzazione municipale fu all'origine della nascita del paratico, corpo artigiano i cui membri furono sollecitati a raggrupparsi per la difesa degli interessi comuni. Con il moltiplicarsi delle singole specializzazioni industriali e commerciali, l'originaria Arte dei mercanti si suddivise in singole arti specifiche. Divenute sempre più ricche, contesero ai nobili l'esercizio del potere e incoraggiarono una nuova struttura a dispetto dell'ormai superato governo consolare, inadatto ad assicurare giustizia ed equità tributaria. Dalla metà del secolo XII, il comune consolare cedette quindi il passo a una nuova magistratura: il podestà: nobile forestiero cui venivano temporaneamente affidati i pieni poteri cittadini. A Como, Martin Torriano e Giordano Rusca furono tra i più famosi a ricoprire questa carica.
L'autonomia comunale esordì a Como in un clima irrequieto di lotte intestine. Il definitivo superamento dell'economia agricola feudale tramite l'economia di scambio, rovinò i vecchi ceti aristocratici a vantaggio della borghesia, sicché al comune, retto perlopiù da nobili e guidato dal podestà, seguì il comune del popolo, affidato a un suo capitano. |
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Castel Baradello: lato sud-orientale . |
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