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Gli anni precedenti l'unità furono caratterizzati da una crisi economica dovuta soprattutto al cattivo raccolto dei bozzoli, compromesso dal dilagare della pebrina. Il 1857 fu l'anno più difficile: il calo del 60% nella resa in peso dei bozzoli estese la crisi alla filatura e alla torcitura, e stimolò un forte processo di concentrazione a danno degli imprenditori più deboli. La crisi si protrasse fino all'impiego delle sementi giapponesi nel 1866, escamotage adottato contro la malattia del baco; la produzione e il reddito restarono però bassi. L'adozione del regime di libero scambio con il trattato italo-francese del 1863, con cui l'Italia cedette a una disparità di trattamento a vantaggio della Francia, aggravarono il tutto.
Nel 1890 debellata la pebrina, la produzione della seta greggia riprese. Nell'ultimo decennio del secolo la tessitura comasca contava 7.367 telai a mano, pari a oltre il 68% dell'esistente in tutta Italia, 180 telai jacquard, pari all'11,31% di quelli presenti nel paese, e 485 telai meccanici pari al 19% del totale nazionale. All'Esposizione di Parigi del 1900 le ditte Bernasconi, Carcano Musa e Stucchi di Como furono largamente rappresentate e, dal 1904, il numero dei telai meccanici di Como superò di gran lunga quello di Milano e raggiunse anche il mercato londinese. La regione conservò, inoltre, il ruolo di piazza europea per la seta greggia e, in seguito agli accordi del 1872 tra Brindisi e il Canale di Suez, la riguardò anche la seta proveniente dall'oriente che veniva in parte di riesportata e in parte di rielaborata.
La Lombardia deteneva il 55,41% dell'intera attrezzatura italiana a vapore e il 31,31% di quella a fuoco diretto, interamente concentrate tra Milano e Como. Lo sviluppo della torcitura riunì nel comasco l'81,3% dell'intera attività svolta nel paese: la ricchezza di fonti di energia idraulica rese infatti più facile che altrove la combinazione filatura-torcitura.
L'altro importante settore del tessile comasco, l'industria cotoniera, teoricamente avvantaggiata dalla libera importazione della materia prima, era ancora fondato sull'artigianato rurale, e fu penalizzata dallo scoppio della guerra di secessione americana che gravò sui prezzi. Il settore tessile più sofferente era però l'industria laniera: nel 1876, il complesso regionale della produzione non raggiungeva per numero di fusi che il 29% del totale italiano.
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