|
Con la conclusione delle guerre napoleoniche, si aprì una fase congiunturale negativa. Il rientro delle truppe coincise con l'aumento della disoccupazione e l'inizio della prima crisi del XIX secolo, cui seguirono quelle del 1825, del 1836 e del 1845-47.
La pesante cortina del dominio austriaco di nuovo sull'Italia, non portò solo prosperità ma anche un governo illiberale. L'opposizione ai regni assolutisti scosse l'edifico congressuale viennese dando inizio ai moti che trovarono Como in prima linea: durante l'esplosione del 1848 la città vantò, in concomitanza con Milano, cinque valorose giornate d'insurrezione che portarono alla sua liberazione. Il '48 aveva riproposto su ampia scala le ragioni che avevano portato alle insurrezioni del 1820-21 e del 1830-31: la penuria di derrate, la massiccia disoccupazione, l'insicurezza delle classi intermedie e il peso ormai insostenibile della dominazione straniera. Il sentimento antiaustriaco esplose violentemente dopo la sconfitta italiana nella prima guerra d'indipendenza e Vittorio Emanuele II realizzò finalmente il tanto atteso affrancamento dell'Italia, alla cui causa contribuì l'intero paese. In particolare Como ricorda Giuseppe Sirtori, Paolo Carcano e il capitano De Cristoforis, caduto nella battaglia di San Fermo e al quale è dedicata una caserma.
Dalla proclamazione del re, incominciò il difficile processo di unificazione che si concluse dal punto di vista legislativo nel 1865. Il disequilibrio sociale ed economico tra ceti e regioni, vide Como, la cui rivoluzione industriale fu accompagnata dallo sviluppo delle vie di comunicazione, tra i comuni più ricchi. Le esigenze agricole legate all'industria serica favorirono lo sviluppo della gelsicoltura che ebbe formidabile impulso dal XIX secolo. Jacini illustrò e riassunse efficacemente il quadro agricolo comasco d'inizio novecento con le parole "gelso e vanga": elementi su cui si fondava l'economia rurale di una popolazione dislocata su un territorio non fertile. Masse crescenti di donne e di bambini si resero disponibili per il lavoro negli opifici, rappresentando nel 1833 quasi la metà delle maestranze industriali impiegate e imponendo nel 1844 la regolamentazione legislativa delle condizioni lavorative dei minori.
La densità abitativa e la posizione geografica, portarono Como a promuovere sia l'insediamento in forme accentrate sia il frazionamento fondiario, mentre la successiva industrializzazione, che richiedeva maestranze, favorì il mutamento radicale dell'originaria destinazione agricola della casa.
Il comune edificio vallivo di abitazione, luogo di un'economia agricola del tutto autosufficiente, era un quadrilatero chiuso con porticati a volta e copertura in piode, sottili lastre di pietra ricavate dai locali scisti, dotato di ballatoi esposti a sud e destinati all'essicazione del granturco. Esso non mancava di pozzo o cisterna per la raccolta dell'acqua piovana; di una nevaia, per la conservazione dei cibi; di un camino dotato di canna fumaria, per l'essicazione delle castagne; e di una cantina, per la conservazione di frutta e verdura. Spesso l'edificio comprendeva anche il "crotto", locale scavato nella roccia viva, percorso da correnti d'aria a temperatura costante, adibito alla conservazione di vino e alimenti.
In pianura l'abitazione, condizionata dalla numerosa manodopera femminile e dalle esigenze del lavoro agricolo, si connotò come fabbrica casalinga, deputata inoltre alla realizzazione di tessuti per i bisogni familiari: antica consuetudine che divenne poi un vero e proprio lavoro a domicilio sovvenzionato dal mercante-imprenditore. In Lombardia, la nascita dell'industria di tipo moderno fu favorita dall'antica appartenenza all'impero asburgico, la cui politica daziaria, fortemente protettiva, fu voluta per lo sviluppo di prodotti industriali che sostenessero la monarchia danubiana. Proprio in quegli anni, soprattutto nella zona compresa tra Milano e Como, si affermò un nucleo di industrie metallurgiche, meccaniche e manifatturiere.
A Milano e Como si concentrò anche la filatura, che tornava finalmente alla ribalta, forte della sua lunga tradizione, e sorretta dalla sua Camera di Commercio. Nell'ottocento la storica impresa Bonanome impiegava più di 1000 operai e quasi altrettanti ne faceva lavorare con telai installati presso singole famiglie. Como si specializzò nella tessitura della seta per prodotti di qualità media, per la loro maggiore commerciabilità, anche se il prezzo della materia prima rendeva più sicuro un lavoro su ordinazione. Per lo straordinario sviluppo dell'attività serica a Como, fu fondamentale lo sfruttamento delle risorse idriche che spinse precocemente l'attività di tipo domestico verso quella propriamente industriale. Il passaggio dalla mezzadria al fitto a grano, che causò l'impoverimento del ceto contadino, accelerò quel processo di accumulazione delle risorse finanziarie, investite poi nell'industria serica. Sorsero così i primi opifici che includevano ogni fase della lavorazione della seta. Questa nuova organizzazione che concentrava l'intero ciclo produttivo in un'unica sede, determinò l'insediamento di filande e filatoi in tutto il territorio comasco, soprattutto in prossimità dei fiumi, sulle rive del lago e a ridosso dei torrenti, modificando così sia l'assetto edilizio sia il paesaggio. La dipendenza dalle fonti di energia e l'esigenza di una facile reperibilità della materia prima costituivano i vincoli principali; la manodopera influiva in maniera poco determinante data la sua sovrabbondanza. La primitiva "cellula" verticale fiume-bosco-opificio cedette dunque il passo alla fabbrica a "shed", disposta orizzontalmente in pianura, spesso al confine di insediamenti urbani, sempre a breve distanza dai corsi d'acqua. Di questa tradizione industriale tipica del comasco, restano numerose testimonianze architettoniche che punteggiano l'intero corso dell'Adda, antico confine tra il Ducato di Milano e la repubblica di Venezia. Per sfruttare l'energia delle acque, sulle sponde del fiume sorsero mulini e opifici, e in seguito le centrali idroelettriche. Tra queste particolari architetture citiamo il ponte in ferro di Paderno, inaugurato nel 1898, e la centrale elettrica Bertini. A Dorio, una filatura risalente ai primi dell'ottocento conserva macchinari per il cui funzionamento veniva utilizzata l'acqua proveniente dalla "Valle dei Mulini".
Già al tempo della dominazione austriaca, nacque l'idea di un Monte della Seta sovvenzionato dal Tesoro con il compito istituzionale di concedere prestiti agli operatori del settore, durante le contingenze economiche negative. Una prima iniziativa in tal senso fu tentata nel 1825 ma ebbe esito negativo, come pure una seconda nel 1826 e una terza nel 1836-37 a causa dell'atteggiamento passivo dei negozianti lombardi. La posizione di privilegio che la seta italiana conservava sui mercati esteri li convinse di trovarsi al riparo da ogni possibile crisi del settore. Il Monte trascurò così il suo originale interesse e si lanciò in attività industriali e commerciali di diversa natura, per cessare poi, nel 1875, la sua attività. Intanto, tra il 1814 e il 1836, nell'intera provincia di Como il numero di gelsi e quello dei bozzoli continuava ad aumentare.
La produzione di seta greggia veniva ottenuta dalla dipanatura del bozzolo (la trattura) in un primo tempo esercitata nelle fattorie e in seguito sempre più frequentemente in appositi edifici chiamati filande, solitamente affiancati da filatoi e incannatoi per le ultime torsioni del filo e la sua raccolta su rocchetti. Un'apposita stanza della filanda, chiamata "galettiera", conteneva i "castelli", ossia pile di graticci sovrapposti per la conservazione dei bozzoli in attesa della filatura. Bacinelle colme d'acqua bollente venivano allineate su due file parallele che coprivano l'intera lunghezza della filanda, e in ciascuna di esse veniva introdotto un certo quantitativo di bozzoli dai quali il filo veniva tirato, dipanato, nuovamente portato sull'aspo e avvolto su bobine, sino a formare la seta greggia. Questo lavoro era generalmente svolto da manodopera femminile: comune era l'impiego di bambine, dette le "scopinatrici", che avevano il compito di individuare i capifilo dei bozzoli utilizzando inizialmente scopine a mano e in seguito spazzole meccaniche. Di norma l'operazione di dipanatura veniva effettuata durante la stagione estiva, in un tempo limitatissimo, dedicandovi 16-17 ore di lavoro giornaliere. La manodopera femminile affluiva al comasco dall'intera provincia, soprattutto da Milano e da Bergamo, ma anche dal Veneto, attratta dalla continua richiesta di personale che l'importante settore comasco costantemente richiedeva per rispondere all'enorme domanda del suo prodotto.
Quella che a ragione può essere definita la grande evoluzione tecnologica del tempo, cioè la trasformazione delle macchine dalla fase artigianale a quella industriale, si compì con l'abbandono del fornello a legna per il riscaldamento dell'acqua necessaria alle lavorazioni, per il vapore (1849): prodotto da una caldaia che, assicurando il riscaldamento delle sale, rendeva possibile l'attività di dipanatura durante tutto l'anno. Sebbene Milano avesse da sempre conteso a Como il primato della produzione, dati numerici mostrano una realtà del tutto diversa Como risultava prima sia per la filatura a fuoco diretto sia per la filatura a vapore. Il costo di impianto di una filanda a vapore era due volte e mezzo superiore a quello di una filanda a fuoco diretto, ma la qualità della seta era superiore, i rendimenti nettamente maggiori, il consumo di combustibile inferiore e l'ambiente lavorativo meno nocivo per le maestranze.
I 6/7 della seta greggia prodotta in Lombardia venivano torti in loco. I filati di seta greggia ancora imperfetti venivano lavorati nei filatoi per essere trasformati in organzini, trame e orditi con lavorazioni indipendenti dalle condizioni stagionali. La localizzazione della torcitura subordinata alla disponibilità di forza motrice, vide nel comasco che poteva fornire tale forza, sorgere numerose fabbriche con oltre un centinaio di addetti. A questa attività era accomunata quella dei cascami di seta che utilizzava la lanugine, o "strusa", asportata dalla superficie del bozzolo, e la "strazza", ossia quanto restava del bozzolo stesso. La lavorazione di queste fibre assai irregolari si affacciò in Lombardia solo nel 1833; esse vi venivano cardate e filate ma, richiedendo un'organizzazione industriale più elaborata e ancora insufficientemente attrezzata, alimentarono una consistente esportazione.
Le piccole imprese sparse nelle campagne non ebbero i significativi progressi che in città avevano introdotto in unità produttive più grandi, importanti innovazioni tecnologiche come il telaio jacquard.
Decisivi progressi si realizzarono a Como per mezzo del Comitato Speciale, attivo dal 1835, con la diffusione del telaio jacquard e la conseguente produzione di tessuti di lusso.
Una nuova industria tessile per la produzione di massa, disancorata dall'ambiente agricolo circostante e caratterizzata dall'uso massiccio di macchinari, nacque a seguito dell'introduzione della filatura meccanica del cotone.
Nonostante le crisi del 1856 e del 1866, lo sviluppo dell'attività fu enorme. L'elevato ritmo di crescita economica poggiava sulla diffusione capillare di filatoi e telai meccanici, sul combustibile minerale e, soprattutto, sulla macchina a vapore. Le città crescevano, mentre nelle campagne, iniziavano le forti correnti di emigrazione anche transoceanica.
|
|
|
Caserma De Cristoforis.
|
|