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Il dominio austriaco

   
 

Nel 1700 alla morte senza eredi dell'ultimo degli Asburgo di Spagna Carlo II, si aprì la guerra di successione spagnola, che per gli stati italiani significò la fine della secolare e disastrosa egemonia ispanica.
Dopo un periodo di successi francesi, alla morte dell'imperatore Giuseppe I, il trono fu occupato dal fratello del defunto imperatore Carlo d'Asburgo che, già re di Spagna, trasformò l'originaria intesa franco-spagnola in una nuova unione austro-spagnola sotto gli Asburgo, delegittimando così sia l'autorità della Francia sia quella della Spagna (che perse quindi i possedimenti italiani). Nel 1706 i francesi ritirarono le loro pretese sui comuni italiani e nel 1707 lo stato di Milano passò all'Austria che ottenne anche, nel 1736, il controllo della Lombardia. Lo stato milanese fu ridotto a provincia dell'impero e ogni autonomia soppressa. Un'amministrazione efficiente e un fiscalismo ragionevole garantirono però migliori condizioni di vita. Interventi come quelli di Carlo VI, quali la compilazione del catasto e l'emanazione dell'editto del 1739 (che aboliva i diritti di entrata per le materie prime destinate alla lavorazione cittadina) favorirono la ripresa economica. Era ancora lontano il risanamento della situazione dovuta al dominio spagnolo, peraltro aggravata dalle guerre di successione polacca prima e austriaca poi. Dalla seconda metà del XVIII secolo, una serie di campagne attraversò l'Italia seminando distruzione, e il primo effetto dell'instabilità politica fu lo smembramento del ducato di Milano, alle province di Milano, Varese e Como, oltre a parte di quella di Pavia e alla contrada di Treviglio. I focolai epidemici diffusi dall'incessante transitare degli eserciti, causarono il vertiginoso calo delle produzioni agricola e manifatturiera; da parte loro i mercanti non incoraggiarono nuove iniziative economiche, sperando così di proteggere il prezioso commercio della seta.
Solo con Maria Teresa e Giuseppe II l'intero stato di Milano raggiunse condizioni accettabili. L'imperatrice favorì l'emancipazione da un sistema semifeudale che imbrigliava ogni slancio di libera iniziativa, con una migliore distribuzione delle imposte e l'annullamento di molti dazi. Incominciò quindi un'era di investimenti, accompagnata però dallo sfruttamento della manodopera i cui orari di lavoro erano da sfinimento. Il popolo viveva nella miseria e la politica scolastica austriaca fu del tutto inefficace: il lavoro dei bambini costituiva un fondamentale contributo al reddito di pura sussistenza del ceto agricolo.
Nel 1756 il governo abolì le terre neutrali che rientrarono tra i possedimenti comunali, e laicizzò lo stato: molti conventi e parrocchie furono chiusi, gli edifici devoluti ai comuni o venduti a privati, ordini e congregazioni vennero soppressi e il potere, affrancato dall'ingerenza della Chiesa, saldamente accentrato nelle mani del monarca. Per il territorio comasco, Maria Teresa decise la costituzione di Congregazione generale del Lario, formata dalle tre storiche pievi superiori: Dongo, Gravedona, Sorico, e da sei pievi inferiori: Bellagio, Nesso, Isola, Menaggio, Lenno e Rezzonico. Como riprese il ruolo di piccola capitale economica dell'Italia settentrionale, e suddivise il territorio in tre zone amministrative: la città con la sua campagna, il contado e la Val d'Intelvi.
Le misure teresiane introdotte nel 1751 comportarono la concessione di particolari privilegi alle industrie, e stabilì la libertà di esportazione della seta greggia, seppure gravata di diritti di uscita. Grazie all'introduzione del filatoio ad acqua, installato per la prima volta nel 1739 a Milano dai fratelli Mario e Orazio Bianchi, filatura e tessitura si svilupparono avvantaggiando soprattutto il comasco che assistette al moltiplicarsi degli impianti lungo i corsi d'acqua. Già da qualche decennio la situazione sanitaria era migliorata e la popolazione registrava costanti incrementi, persisteva però una vasta fascia di indigenza che interessava gli strati più bassi della popolazione.
Giuseppe II, salito al trono alla morte di Maria Teresa nel 1780, realizzò una presenza capillare dello stato nei domini italiani. Quando nel 1769 non ancora sovrano visitò Como, Giuseppe apprese che vi funzionavano 155 telai di seta, 25 per il panno, 11 per le tele di cotone, 30 mulini per la seta, 4 laboratori di tintoria, 2 fabbriche di calze, 2 di cappelli, 4 di sapone, una di vetri, una di cera, 3 concerie, 2 stamperie. Queste attività impiegavano 56 maestri e 2.570 operai, e in più vi erano le fabbriche del contado che lavoravano decine di migliaia di libbre di seta.


Dal punto di vista architettonico, l'età barocca e ancor più la neoclassica segnarono il paesaggio locale lanciando la formula della villa-giardino: i signori e i potenti perseguirono una colonizzazione delle sponde dei laghi con residenze sontuose. Tra queste, la "reggia" di Bellagio, voluta dal marchesino Stanga; villa Carlotta a Tremezzo, abbellita dalle sculture del Canova e dai dipinti di Hayez; villa Olmo, commissionata da Innocenzo Odescalchi all'architetto Cantoni nel 1780 e da questi concepita in un corpo centrale scandito da cinque archi di ingresso sovrastati da sei colonne ioniche; villa Saporiti, anch'essa su progetto di Simone Cantoni, realizzata tra il 1791 e il 1793 dall'architetto viennese Pollak (famoso per aver progettato la villa Reale di Milano). La villa venne presto ribattezzata "La Rotonda" per l'originale concezione del salone centrale, sporgente in un emiciclo affacciato sulle acque del lago. E ancora: villa Arconati a Balbianello, villa Monastero a Varenna, villa Salazar, progettata dal luganese Felice Soave, e palazzo Gallio, a Gravedona, progettato da Pellegrino Tibaldi (artefice anche della villa Pliniana a Torno e, forse, di palazzo Natta a Como).

 
 

storia21Villa Olmo.

 
 

storia22Veduta promontorio: Dosso di Lavedo.

 
 

storia23Villa Carlotta.

R.P.P. (Responsabile Procedimento di Pubblicazione): Dott. Marco Fumagalli fumagalli.marco@comune.como.it